Quando era re: Mike Tyson
Mike Tyson è stato molte cose nella sua vita: un talento precocissimo, il più giovane campione del mondo dei pesi massimi della boxe e uno dei pugili più forti di tutti i tempi (il più forte secondo alcuni), un protagonista dello showbiz e un’icona della società spettacolo, prima che la sua caduta lo precipitasse di nuovo nell’ombra, in un limbo tra la condizione di normalità del campione sceso dal ring e quella dell’emarginato che sale alla ribalta delle cronache solo per i suoi eccessi e i crimini che commette.
In Mike Tyson (il titolo originale è più ambiguo e polifonico: On boxing) Joyce Carol Oates lo coglie nel suo momento di massimo splendore, quando è idolatrato dal pubblico, coccolato dagli sponsor, protagonista dello star system, per farne un ritratto molto umano, dove il campione, il re, la stella brillano e convivono col ragazzo affamato di vittorie, soldi, fama e riscatto tanto quanto di punti di riferimento e figure paterne; un ragazzo che ha appena imparato a indirizzare tutta la sua potenza e la sua ferocia nello sport – dopo essere stato un talento precoce e molto promettente anche come teppista; un ragazzo tutto sommato ingenuo che – quasi un Frankenstein post moderno – non sembra possedere quell’esperienza che lo metterebbe al riparo da sé stesso.
A distanza di anni, ora che quella stella di nome Mike Tyson è tramontata nel peggiore dei modi, il libro di Joyce Carol Oates continua a brillare per lucidità e capacità di fissarne l’immagine in maniera così definitiva.